giovedì, Settembre 24 2026
Il calcio dilettantistico gioca fuori casa
IL FOCUS

Il calcio dilettantistico gioca fuori casa

Andrea Musacchio
Andrea Musacchio·5 min di lettura

Il campo dovrebbe essere la casa di una società. Il luogo nel quale allenarsi, giocare, accogliere le famiglie e costruire quel senso di appartenenza senza il quale il calcio dilettantistico perderebbe buona parte del proprio significato. Sempre più spesso, però, quella casa rimane chiusa, incompleta oppure accessibile soltanto in parte.

Gli ultimi casi dell’Autovip San Mauro e della Pro Villafranca riportano in primo piano un problema tutt’altro che nuovo. A San Mauro il rifacimento del terreno sintetico sta obbligando centinaia di tesserati a dividersi tra impianti differenti, mentre al Villa Park la capienza resta limitata a cento spettatori in attesa di un nulla osta che la società reclama da sedici mesi.

Situazioni diverse, accomunate dalle medesime conseguenze: spese aggiuntive, programmazione impossibile, allenamenti lontano da casa, pubblico escluso e dirigenti costretti a occuparsi di problemi che poco hanno a che fare con il pallone.

La copertina dell’articolo / PS x IA

I calendari non aspettano la burocrazia. Una stagione sportiva ha date precise. Le iscrizioni, la preparazione, l’inizio dei campionati e gli allenamenti del settore giovanile seguono un calendario che non può essere continuamente modificato. La burocrazia e i lavori pubblici, invece, sembrano muoversi con un tempo differente.

Quando un intervento comincia in ritardo o una scadenza viene rinviata, il campionato non si ferma. Le squadre devono comunque allenarsi, disputare le partite e garantire alle famiglie il servizio per il quale hanno raccolto le iscrizioni.

Il risultato è quasi sempre lo stesso. I dirigenti telefonano alle società vicine, cercano ore libere in impianti già sovraccarichi e costruiscono calendari provvisori destinati a cambiare dopo pochi giorni. I genitori accompagnano i ragazzi in comuni differenti e gli allenatori lavorano senza una sede stabile, spesso con orari poco adatti alle esigenze dei più giovani. Tutto questo ha un costo. Non soltanto economico, ma anche umano e organizzativo.

Società lasciate troppo spesso da sole. Nel calcio dilettantistico la maggior parte del lavoro viene svolta da volontari o dirigenti che dedicano tempo ed energie alla propria comunità. Sono persone chiamate a gestire iscrizioni, trasferte, materiale, rapporti con le famiglie e attività sportive. Quando manca un impianto, devono trasformarsi anche in mediatori, esperti di lavori pubblici e cercatori di campi.

Si può ringraziare la solidarietà delle altre società, sempre fondamentale in momenti di difficoltà. Non si può però pensare che la disponibilità altrui diventi una soluzione strutturale.

Comprimere gli allenamenti di un club per fare spazio a un altro significa semplicemente trasferire il problema. È una soluzione d’emergenza che permette di non fermare i ragazzi, ma non può rappresentare la normalità.

Il paradosso è evidente: da una parte si chiede alle società dilettantistiche di investire, programmare, aumentare il numero dei tesserati e svolgere una funzione sociale; dall’altra, troppo spesso, non vengono garantiti strumenti e impianti adeguati per farlo.

Sicurezza e regole non si discutono. Naturalmente esistono procedure che devono essere rispettate. Un terreno sintetico deve superare le verifiche previste, un impianto deve possedere tutte le autorizzazioni e la presenza del pubblico non può prescindere dalle norme sulla sicurezza.

Su questo non possono esistere scorciatoie. Nessuna società dovrebbe chiedere di utilizzare un campo non sicuro o di aprire una tribuna priva dei requisiti necessari.

Il problema non è l’esistenza delle regole, ma l’incertezza che spesso accompagna la loro applicazione. Una società deve conoscere gli interventi richiesti, i soggetti responsabili, le scadenze e la data ragionevolmente prevista per la riconsegna dell’impianto. Un cronoprogramma scritto non risolve un ritardo, ma consente almeno di organizzarsi.

Senza pubblico si perde anche l’identità. La questione non riguarda soltanto chi scende in campo. Una capienza limitata significa minori incassi, meno visibilità per gli sponsor e l’impossibilità di valorizzare derby e appuntamenti particolarmente sentiti.

Nei dilettanti il pubblico non rappresenta un semplice contorno. Sono genitori, amici, ex giocatori, volontari e abitanti del territorio. È la comunità che si ritrova intorno alla propria squadra.

Disputare un derby davanti a cento persone, lasciando altri sostenitori fuori dall’impianto, non è soltanto un problema di biglietteria. Significa privare l’evento di una parte della sua identità e ridurre le possibilità economiche di società che spesso costruiscono i propri bilanci su equilibri molto fragili.

Il calcio di base non può vivere di emergenze. Gli impianti sportivi italiani, soprattutto a livello dilettantistico, hanno bisogno di manutenzione, investimenti e programmazione. Molti Comuni devono confrontarsi con risorse limitate, strutture datate e procedure complesse. È una difficoltà reale che non può essere ignorata.

Ma proprio per questo gli interventi devono essere pianificati ascoltando chi quei campi li utilizza ogni giorno. Iniziare lavori a ridosso della ripresa delle attività, non fornire scadenze attendibili o lasciare per mesi un club in attesa di un’autorizzazione significa scaricare sulle associazioni tutte le conseguenze dell’incertezza.

Le società dilettantistiche possono comprendere un ritardo e affrontare un sacrificio temporaneo. Non possono però organizzare un’intera stagione sulla base di ipotesi e continue proroghe.

Il campo non è soltanto un rettangolo verde. È il centro di una comunità sportiva, il luogo nel quale centinaia di ragazzi trascorrono il proprio tempo e imparano a far parte di un gruppo. Tenerlo chiuso o limitarne l’utilizzo senza indicare tempi certi significa mettere in difficoltà un sistema che vive già grazie a passione, volontariato e risorse spesso insufficienti.

Il calcio dilettantistico continua a fare la propria parte. Ora servono amministrazioni, enti e istituzioni capaci di fare altrettanto. Perché una società può anche essere costretta a giocare fuori casa per qualche settimana. Non può farlo indefinitamente.

Piemonte Sport