Pensiamoci bene: qual è il ricordo che ci ha fatto innamorare del calcio?
Le risposte possono essere infinite. Le domeniche trascorse a bordo campo per sostenere un fratello o una sorella. Il panino mangiato allo stadio con mamma e papà. I derby vissuti accanto a quell’amico o quell’amica che, per novanta minuti, diventavano improvvisamente avversari. L’odore dell’erba bagnata nelle fresche mattine di primavera, quando il verde tornava lentamente a prendersi il campo dopo il freddo, il fango e il lungo inverno.
Ognuno conserva il proprio momento. Un’immagine, un rumore, un profumo. Qualcosa che, magari senza nemmeno rendercene conto, ci ha fatto innamorare per la prima volta di questo sport.
E probabilmente, in fondo, quasi tutti questi ricordi hanno qualcosa in comune: appartengono al lato più romantico del calcio. Quello che esiste prima dei risultati, delle classifiche, dei contratti e delle rivalità. Quello che trasforma novanta minuti in qualcosa che, anni dopo, siamo ancora capaci di ricordare.
Quanto accaduto in occasione della sfida di Women’s Champions League tra Juventus Women e Hammarby ha riportato alla mente proprio quel calcio lì. Le bianconere hanno vinto 3-1, completando una splendida rimonta e conquistando l’accesso al turno successivo. Ma questa volta non vogliamo parlare soltanto di ciò che è successo sul terreno di gioco.
Non della magnifica doppietta di Chiba. Non dell’esultanza di Carbonell dopo il gol del 2-1. E nemmeno dell’apoteosi finale, con il pubblico pronto a celebrare la nuova protagonista giapponese della Juventus.
Questa è una storia che si è consumata qualche metro più in là.
Sugli spalti del Pozzo-La Marmora, in una calda serata d’agosto.
È accaduta mentre il cronometro continuava inesorabilmente a scorrere e gli occhi di tutti sembravano rivolti verso quel rettangolo verde. Tra una giocata, un’esultanza e la tensione di una partita europea, sugli spalti italiani e svedesi hanno condiviso qualcosa di molto più semplice: la passione per lo stesso sport.
A raccontarlo a Piemonte Sport è Elena, una nostra lettrice presente allo stadio, che ha voluto condividere i momenti di vicinanza e fair play vissuti insieme ai sostenitori dell’Hammarby. Piccoli gesti, forse. Ma proprio per questo capaci di ricordarci un modo di vivere il calcio che, troppo spesso, sembra essersi perso.
“Abbiamo visto i tifosi dell’Hammarby e abbiamo chiesto loro di scambiarci le sciarpe. Ricordo in particolare un signore molto legato alla sua sciarpa biancoverde: durante il primo tempo abbiamo avuto l’occasione di fare alcune foto insieme.
È questo lo spirito del calcio e del fair play. Il calcio femminile è ancora un luogo sano, nel quale è possibile vivere lo sport in maniera genuina”.
Una sciarpa biancoverde, qualche fotografia e due tifoserie arrivate allo stadio per sostenere squadre diverse. Niente di straordinario, apparentemente.
Eppure, forse, il calcio che ci ha fatto innamorare era esattamente questo.
Quello in cui si può essere avversari per novanta minuti senza diventare nemici. Quello in cui una sciarpa rappresenta un’appartenenza, ma può anche diventare il pretesto per conoscere qualcuno arrivato da centinaia di chilometri di distanza. Quello in cui si entra allo stadio parlando lingue diverse e si scopre, quasi senza accorgersene, di condividere lo stesso linguaggio.
Perché alla fine i risultati rimangono negli almanacchi, i gol negli highlights e le classifiche negli archivi.
Ma quando proviamo a ricordare perché ci siamo innamorati del calcio, quasi mai ci viene in mente un numero, ci viene in mente un momento.

