mercoledì, Maggio 6 2026

“Nemmeno gli atleti sono al sicuro”: a Milano il racconto della repressione in Iran

di Redazione
5 Maggio 2026 9 min lettura

MILANO. Il 9 aprile presso la sala Wanted Clan di Milano si è parlato di Iran, di sport e Diritti Umani. L’incontro è stato presentato dalla giornalista sportiva Federica Fossi. Sulle spalliere delle poltroncine nella sala cinema c’erano le foto di 50 sportivi uccisi o arrestati in Iran, in rappresentanza dei tantissimi atleti che insieme al popolo iraniano hanno manifestato contro il regime islamico e per aver chiesto di riconoscere i loro diritti.

C’era la foto di Sahaba Rashtian, 23 anni, assistente arbitro del calcio femminile e giudice nei campionati provinciali di Isfan. È stata uccisa il 19 gennaio, con un colpo d’arma da fuoco, dalle forze del regime durante le proteste anti-regime, nella città di Isfahan.
C’è Rashid Mazaheri, 36 anni, portiere della nazionale iraniana. Il suo arresto è avvenuto il 25 febbraio, dopo aver scritto: “Khamenei sei Satana”. La moglie riferisce che gli agenti hanno fatto irruzione a casa sua e non ci sono state più sue notizie.
C’era la foto di Amir Mohammad Kouhkan, 26 anni, portiere e allenatore di calcio a 5 a Niriz e Shiraz. Negli ultimi due anni Amir era stato attivo anche come arbitro di futsal dopo aver completato i corsi specializzati di ufficializzazione. Secondo le informazioni ricevute dalla Hengaw Organization for Human Rights, è stato colpito da diversi proiettili ed è morto il 3 gennaio 2026, quando le forze governative hanno aperto il fuoco diretto contro i manifestanti in città. Dopo la sparatoria, nella provincia di Fars, il suo corpo senza vita è stato portato via dalle forze del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. I ripetuti tentativi della sua famiglia di recuperare il corpo per la sepoltura non hanno avuto successo.

C’era la foto di Mojtaba Tarshiz, 47 anni, calciatore, centrocampista che ha giocato nella Premier Football League iraniana. Tarshiz è stato ucciso l’8 gennaio 2026. È stato colpito dopo aver protetto sua moglie, Arezou Madani, con il suo corpo quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui manifestanti ad Andisheh, a ovest della provincia di Teheran. È stato colpito da un proiettile e sia lui che sua moglie sarebbero morti.  Tarshiz è stato sepolto a Karaj il 12 gennaio in una cerimonia svoltasi senza annunci pubblici né copertura mediatica.
C’era la foto di Abolfazl Dokht, 18 anni. Calciatore nella squadra giovanile del Moallem Shaft e residente nel villaggio di Bijarsar nella contea di Shaft. È stato arrestato dagli uomini del regime islamico il 9 gennaio 2026 nella zona di Yakh-Sazi a Rasht.
È stato accusato di Moharebeh, cioè inimicizia contro Dio. È stato condannato a morte. Si teme sia stato ucciso, non ci sono più sue notizie.
C’era la foto di Mohammad-Hossein Hosseini, 26 anni. Calciatore, ha esordito nelle giovanili di Persepolis e Sepahan, originario della città nord-orientale di Mashhad.

È stato arrestato intorno alle 16 del 13 gennaio, dopo che le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella sua abitazione. È stato imputato di moharebeh (ovvero inimicizia contro Dio, fare guerra a Dio) un’accusa vaga, ma un reato che secondo la legge iraniana prevede la pena di morte, stando a quanto riferito a Iran International da fonti a conoscenza dei fatti.
Le fonti, che hanno chiesto di rimanere anonime per timore di ritorsioni, hanno affermato che Hosseini è stato informato delle accuse dopo essere stato trasferito nel carcere di Vakilabad a Mashhad e che gli è stato comunicato che un’udienza in tribunale si sarebbe tenuta nei giorni successivi.

Hanno affermato che le autorità non gli hanno permesso di avere un avvocato. Secondo le fonti, i funzionari del carcere hanno mostrato a Hosseini un avviso scritto che elencava ulteriori accuse di associazione a delinquere, propaganda culturale contro il sistema, danneggiamento di proprietà pubblica e istigazione alla rivolta.
Perché il mondo del calcio resta in silenzio?

Ma non sono rimaste in silenzio 4 calciatrici iraniane che erano sul palco: Sara Behnoud, Dorsa Aslani, Fahimeh Ranjbar e Atieh Mazi, capitana della Nazionale Iraniana di calcio femminile in Italia allenata da Kasra Chalab. Squadra tra l’altro protagonista del documentario “Las Leonas” e del film “Shene” in fase di produzione. On sala sulle spalliere delle poltroncine c’erano le foto e una breve bio degli atleti uccisi o arrestati dagli uomini del regime islamico perché sono scesi in strada per chiedere libertà e Diritti. Ognuna delle calciatrici aveva in mano una foto e con commozione ha raccontato la storia di un atleta ucciso/a da gennaio 2026 in Iran.

L’evento è iniziato con la proiezione del documentario STAI FERMO LÌ della giornalista catanese Clementina Speranza che era presente in sala. “Da quando ho girato il documentario osservo con maggiore attenzione quanto accade in Iran, e dal 28 dicembre 2025 seguo ogni giorno video e notizie internazionali. Sono davvero triste per gli oltre 50 mila iraniani brutalmente uccisi dal Regime islamico. Per questo ho voluto che questa sera a parlare fossero proprio gli iraniani. In merito all’uccisione degli atleti, credo che si tratti di un messaggio chiaro: nemmeno gli eroi nazionali sono al di sopra della punizione se sfidano la Repubblica islamica”, afferma Clementina Speranza.
Protagonista del documentario è Babak Monazzami, naturopata e poliedrico artista persiano presente in sala insieme ad alcuni suoi dipinti che fanno da sfondo al documentario: quasi venissero fuori dalla pellicola lui e le sue tele. Babak era noto per aver interpretato, con Giusy Ferreri il video della canzone Stai fermo lì, rievocato nei racconti del documentario perché porta luce nella sua vita.
Monazzami nasce a Khorram Abad, in Persia, capitale della natura nel Medio Oriente, dove hanno avuto origine le monete, la ruota, i giocattoli e la medicina persiana. Aveva tre anni quando assiste per la prima volta ai bombardamenti. Era il 1988 ed era in corso la guerra tra Iran e Iraq. Da lì la sua vita fu un continuo scappare, e non solo dalla guerra.

Finita la guerra, ogni giorno si rischiava di venire arrestati, imprigionati, torturati per un nonnulla, così come è purtroppo ancora oggi.
Babak viene, infatti, arrestato perché indossava i jeans, perché ballava. Torturato per aver partecipato a una manifestazione pacifica per la liberazione di un suo cugino professore universitario.

Il documentario diventa occasione di riflessione e di dialogo di sport e Diritti Umani.
Il film ha ottenuto diversi allori e riconoscimenti, tra questi il Premio per la Pace rilasciato dall’Ambasciata Svizzera in Italia, il Premio Cine Migrare 2024 (Via dei Corti – Festival Indipendente di Cinema Breve, X edizione) e il Premio USSI ESTATE 2025 (Unione Stampa Sportiva Italiana).

Il documentario nella versione di 60 minuti presenta un nuovo montaggio. È diviso in racconti e 3 tra questi riguardano lo sport: uno sul badminton e due sul calcio.

Babak amava il calcio italiano, tanto che in Iran aveva imparato un po’ di italiano seguendo le telecronache delle partite di serie A. E imitava i calciatori di quegli anni: aveva i capelli come Nesta e Maldini, e il pizzetto alla Roberto Baggio.
Il suo professore di educazione fisica (Yazdan Parast) era uno degli arbitri più famosi in Asia e gli consiglia di intraprendere la carriera di calciatore. Lo presenta a uno degli allenatori più famosi di quella città, Hossein Charkhabi, famosissimo talent scout, che ha anche scoperto Ahmadreza Abedzadeh, il portiere più importante e più famoso di tutta la storia calcistica dell’Iran.
Hossein Charkhabi presenta Babak all’allenatore della Nazionale under diciotto, Hamid Derakhshan, e così lo speranzoso ragazzo, intorno al 2001, si trasferisce a Teheran per giocare a calcio con la Nazionale under 18, ma è stato espulso prima di entrare in campo perché non aveva i capelli corti e il suo taglio di barba era simile a quello di Baggio, suo giocatore preferito. Quel giorno, infatti, era presente un manager della federazione per il quale erano fondamentali i valori islamici e ha contestato il suo aspetto “troppo occidentale”. E lo ha mandato a casa…

Nel film si racconta, poi, un altro episodio che riguarda il calcio.
Nel 2008 il giovane persiano fugge dall’Iran, ed è così che si salva.
Arriva a Milano, dove è supportato dal dottor Italo Siena fondatore del Naga-Har, centro di accoglienza per rifugiati e vittime di tortura. E lì Babak organizza un torneo di Calcio. “Il progetto, che prevedeva lo sport-terapia come aiuto ai rifugiati in depressione, è piaciuto a Inter e Juve e ci hanno appoggiati”, racconta Babak nel documentario.  Ed ecco che lo sport diventa uno strumento di riscatto sociale, favorendo la coesione e il recupero di una dimensione etica e comunitaria.

Oggi Babak non può più praticare questi sport. Dopo aver subito un’aggressione a Berlino durante Donna vita Libertà ha subito un intervento alla schiena in Italia e poco tempo dopo una nuova aggressione che ha compromesso una buona e rapida guarigione. Sul palco ha spiegato la totale privazione dei Diritti Umani che subisce ora in Germania e sulla pace ha aggiunto: “La repressione del regime islamico è sempre più feroce e gli iraniani che sono fuori dall’Iran devono essere la voce di chi è all’interno, anche se il regime ha minacciato anche le voci dei dissidenti in esilio – afferma Babak Monazzami -. Questo regime non esporta più solo repressione, propaganda e intimidazioni: sta esportando minacce, molestie e potenziale violenza sul suolo europeo. Intimidisce gli iraniani in esilio, e l’Europa non può più fingere neutralità, dovrebbe proteggerci e riconoscere i nostri diritti”.

Sul palco Jafar Hassibi, medico e attivista. Ha parlato della condizione dei medici e degli infermieri in Iran e della guerra contro il Regime Islamico, che non è una guerra contro il popolo iraniano. “La verità è che il popolo iraniano non ha una minima libertà sociale. La verità è questo regime arresta, tortura, violenta sessualmente donne e uomini da 47 anni – spiega Jafar Hassibi -. Dal 25 febbraio hanno tolto l’internet e chiuso le linee telefoniche dall’interno verso l’esterno e viceversa. La guerra vera la fa il Regime Islamico contro il popolo da 47 anni. Hanno persino assalito gli ospedali, arrestato e ucciso medici e infermieri che soccorrevano i manifestanti feriti dagli uomini del regime (Pasdaran e Basiji).

Era presente anche su Elaheh Tavakoliyan, attivista ferita al volto durante una manifestazione in Iran che per questo ha perso l’occhio destro, portata in Italia grazie alla giornalista Roberta Rei e a Le Iene. “Spero di vedere la mia gente libera come la vostra gente, spero di riuscire a tornare in Iran per abbracciare i miei figli, ho perso un occhio ma non ho perso la mia speranza”, ha detto Elaheh Tavakoliyan.

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