mercoledì, Maggio 6 2026

Quando torneremo a parlare di calcio?

di Andrea Musacchio
28 Aprile 2026 3 min lettura
Il Commento

Quando torneremo a parlare di calcio?

Andrea Musacchio

C’è una domanda che aleggia, sempre più insistente, sopra questa stagione: quando torneremo a parlare di calcio? Non delle sue periferie, non dei suoi contorni, non delle sue ombre. Proprio del calcio. Del gioco.

Basta scorrere le prime pagine, ascoltare i dibattiti, attraversare i social. Il racconto dominante del 2025/2026 è diventato un altro. Prima i casi arbitrali, poi le moviole infinite, le polemiche che si rincorrono da uno studio televisivo all’altro, fino all’ultimo capitolo, l’inchiesta che ha coinvolto il sistema arbitrale e che ora occupa, giustamente, ogni spazio disponibile. È un rumore continuo, una narrazione che si alimenta da sola, che cresce, si amplifica e si impone.

Non è un episodio isolato. Poche settimane fa, la scena era occupata dal disastro della Nazionale, dalla mancata qualificazione ai Mondiali, da un dibattito che si è rapidamente spostato dalla tecnica alla politica del calcio. Federazioni, dirigenti, equilibri di potere. Ancora una volta, tutto tranne il campo.

Nel frattempo, il modo di vivere il calcio è cambiato. I social sono diventati il megafono permanente di ogni tifoso, ma anche il filtro attraverso cui si osserva ogni partita. Non si guarda più per capire, per apprezzare, per emozionarsi. Si guarda per trovare qualcosa. Un episodio, un errore, un torto subito. Il gol passa in secondo piano, la giocata viene dimenticata, ciò che resta è il fermo immagine da analizzare, discutere, rilanciare.

È una trasformazione sottile ma profonda. Il calcio non è più solo un gioco raccontato, ma un processo da giudicare. E in questo processo, ogni attore trova il proprio spazio: opinionisti, ex arbitri, podcaster, influencer. Tutti contribuiscono a costruire una narrazione che spesso si allontana sempre di più dal campo.

Eppure, paradossalmente, mai come quest’anno ci sarebbe bisogno di tornare a parlare di calcio giocato. Perché il quadro, lì, è tutt’altro che rassicurante. Le squadre italiane sono uscite dalle competizioni europee una dopo l’altra, spesso senza opporre resistenza. Il gap tecnico con le grandi d’Europa appare evidente, la produzione di talenti sembra rallentare, e il sistema nel suo complesso fatica a tenere il passo.

Ma non è tutto negativo. Anzi, dentro questa stagione ci sono storie che meriterebbero un altro tipo di attenzione. Giovani che emergono, percorsi che si costruiscono. Il portiere della Lazio, Motta, capace di prendersi la scena in una notte di coppa. Palestra, simbolo di un talento che prova a farsi spazio. I fratelli Esposito, divisi tra percorsi diversi ma uniti da una stessa origine, che raccontano cosa significa crescere dentro questo sistema.

Sono storie che esistono, che meritano di essere raccontate, ma che rischiano di restare sullo sfondo. Schiacciate dal rumore, coperte dalle polemiche, dimenticate nel flusso continuo delle discussioni.

Il punto non è negare i problemi. Il calcio italiano ha questioni profonde da affrontare, e ignorarle sarebbe un errore. Ma c’è una differenza tra analizzare e ossessionarsi, tra raccontare e sostituire il racconto con il dibattito permanente.

Perché alla fine il rischio è questo: perdere il centro. Dimenticare che tutto parte da un pallone che rotola, da un gesto tecnico, da un’idea di gioco. Dimenticare che il calcio, prima di essere un tema da discutere, è qualcosa da guardare.

E allora la domanda resta lì, sospesa. Quando torneremo a parlare di calcio?

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