Con la salvezza conquistata questo pomeriggio con la maglia dell’Aviglianese, Gabriele Pignataro avrebbe deciso di dire basta con il calcio giocato. La speranza, sincera, è che possa ripensarci. Perché fa effetto pensare che un attaccante classe 1997, ancora con età e qualità dalla sua parte, non scenderà più in campo.
Fa effetto soprattutto per chi conosce il percorso dietro al giocatore. Tanti anni fa, in un banco di scuola superiore rigorosamente nelle ultime file, c’erano due ragazzi con sogni diversi ma ugualmente enormi. Uno voleva fare il calciatore. L’altro il giornalista. Il tempo ha portato entrambi sulle proprie strade, e poche volte quelle strade si sono incrociate professionalmente. Ma quando è successo, è sempre stata una piccola emozione, vissuta con rispetto e con il giusto distacco che il lavoro richiede.
Pignataro ha costruito il suo cammino partendo dalle giovanili del Rivoli, passando poi per realtà importanti come Canavese e Lascaris. Ma sono soprattutto gli anni in arancione ad aver segnato il suo percorso calcistico.
Prima quelli con il Villarbasse, tra cavalcate, vittorie e trofei. Poi questi ultimi due anni con l’Aviglianese, culminati con una salvezza che ha il sapore dell’impresa e che sembra quasi il finale perfetto di una storia sportiva.
Oggi però il campo lascia spazio alla vita. Da poco padre di due figlie, Pignataro avrebbe scelto di dedicarsi pienamente alla famiglia e al lavoro. Una decisione comprensibile, matura, persino bella nella sua concretezza.
Eppure resta una sensazione inevitabile: il calcio dilettantistico torinese da domani sarà un po’ più grigio. Perché perde uno dei suoi interpreti veri, uno di quelli che hanno attraversato categorie e domeniche con passione autentica.
La speranza, però, resta viva. Perché certe decisioni possono cambiare, certi richiami possono tornare a farsi sentire. E perché, in fondo, l’età è ancora tutta dalla sua parte.