martedì, Gennaio 20 2026

ESCLUSIVO
Aviglianese, Bonino rompe il silenzio: “Società distante e ragazzi lasciati soli, ma sarò il primo tifoso”

di Andrea Musacchio
20 Gennaio 2026 4 min lettura

AVIGLIANA. A più di ventiquattr’ore dalle dimissioni, Davide Bonino non parla per rabbia. Parla per necessità. Per mettere ordine, prima di tutto dentro una storia lunga quasi dieci anni (se si sommano le esperienze da giocatore e allenatore), che ad Avigliana non è stata solo calcio ma identità, costruzione, appartenenza.

Il 4-0 subito nel derby contro il Caprie è stato l’ultimo fotogramma, ma non la causa. Eppure Bonino lo analizza con lucidità: un primo tempo giocato bene, occasioni create, episodi contrari, errori pagati a carissimo prezzo. “Risultato bugiardo”, lo definisce. Ma subito chiarisce che il campo, da solo, non basta a spiegare tutto. “Quando ti gira male, ti gira male. Ma questa è la fotografia di una stagione intera”.

Il punto di rottura, per l’ex allenatore, non è mai stato il rapporto con i giocatori. Anzi. “Tra me e i ragazzi non si è rotto nulla”, ribadisce più volte. Il problema, semmai, è stato un altro: “Un distacco enorme tra società e squadra. I ragazzi si sono sentiti abbandonati. E quando succede questo, diventa impossibile chiedere qualcosa in più”.

Al centro dello sfogo c’è la gestione dell’Under 23. Un progetto mai realmente integrato con la prima squadra, secondo il tecnico valsusino, vissuto come un corpo estraneo. “Non esiste che tu abbia una squadra Under che viaggia per conto suo e non porta mai nessuno in prima squadra quando serve. È brutto da dire, ma è la realtà”. Bonino racconta di richieste rimaste inevase, di giovani “mai messi a disposizione nei momenti di emergenza, di una collaborazione che sulla carta doveva esistere” e che, nei fatti, “non c’è mai stata”.

Da qui nasce anche una delle accuse che più lo hanno ferito: “Quella di non voler far giocare i giovani. È una frittata rigirata”, sbotta. “Se guardate la rosa, è piena di 2004, 2006, perfino un 2008. Io non ho mai detto no ai giovani, ho detto no a un’idea confusa, senza logica, senza un progetto vero”. La linea, secondo Bonino, doveva essere chiara fin dall’estate: puntare sui giovani e accettare un ridimensionamento, oppure provare a competere davvero. “Bastava dirlo ad agosto. Invece si è scelto di andare avanti così, rovinando cinque anni di lavoro”.

Il racconto si allarga e diventa quasi un atto d’accusa verso una gestione che, a suo dire, ha lasciato il tecnico solo su tutti i fronti. Bonino parla di magazzino, riscaldamenti accesi, palloni gonfiati, materiali recuperati all’ultimo, ruoli dirigenziali mai realmente coperti. “Ho fatto l’allenatore, il direttore sportivo, il magazziniere. Per passione, sì. Ma poi, quando le cose vanno male, c’è sempre il martire di turno”.

Le dimissioni diventano così un gesto simbolico, oltre che tecnico. “Era un atto dovuto dopo un 4-0 in casa. Ma soprattutto serviva una scossa. Ai ragazzi, che hanno le loro responsabilità, a me stesso, che le mie colpe le riconosco, e alla società”. Un segnale per togliere di mezzo l’alibi, per costringere tutti a guardarsi allo specchio.

Nelle parole di Bonino c’è anche l’amarezza per un ambiente che, col tempo, si è svuotato. “Sembrava ci fosse più interesse per altre categorie che per la prima squadra. E questo, alla lunga, i giocatori lo sentono”.

Il finale è forse il passaggio più doloroso. “Così rischi di perdere tutti. E quando perdi tutto, non è solo una retrocessione sportiva: è la fine di un’identità”. Bonino saluta ringraziando i suoi giocatori, invitandoli a salvarsi “per loro stessi, per il loro curriculum, per quello che sono stati in questi anni”. Ma il messaggio resta sospeso, pesante come un macigno: senza una visione condivisa, senza una linea chiara, anche la passione più forte prima o poi si esaurisce.

E in quel silenzio, a più di ventiquattrore ore dalle dimissioni, resta una domanda che pesa più di tutte: se davvero non fosse stato meglio dirsi prima, onestamente, che quel ciclo era finito.


Piemonte Sport